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sabato 24 novembre 2007

Il lancio di STS-75 da dentro il Columbia.

La missione STS-75 aveva a bordo ben 2 astronauti italiani: Maurizio Cheli e Umberto Guidoni.
Qui riporto i loro racconti del lancio e delle prime impressioni in orbita...

Lancio 22/02/96 ore 15:18 ora del Kennedy Space Center.

Primo giorno nello Spazio - Di Umberto Guidoni.

Da due ore sono seduto sulla schiena. Sono entrato per primo, insieme ad Andy - il comandante - e comincio ad sentire i muscoli intorpiditi, la tuta mi impedisce i movimenti ma, per fortuna, siamo vicini al momento del lancio.
Inizia il “check” delle comunicazioni via radio, a turno ogni componente dell’equipaggio parla con la sala di controllo della base di lancio del Kennedy Space Center, a poche miglia di distanza dalla rampa.
Poi è la volta del Controllo di Missione - MCC - che è in attesa di prenderci in consegna, da Houston, appena “Columbia” si sarà alzato al di sopra della rampa di lancio.
Viene il momento della fatidica frase “Chiudere il casco e Buon Viaggio!” e nell’auricolare arriva lo scandire degli ultimi secondi.
Con un ruggito si accendono i motori principali.
La struttura geme e si avverte che lo Shuttle oscilla leggermente in avanti.
Scott - il pilota - quasi urlando, riporta al centro di controllo che il motore centrale indica soltanto 40% della potenza.
E’ un brivido che dura un attimo, mi preparo mentalmente per il “pad abort” che comporta lo spegnimento dei motori; una manovra sempre pericolosa a causa della circolazione di combustibile che può provocare un incendio. L’uscita dell’equipaggio, in una condizione di emergenza come questa, è una eventualità cui siamo preparati: l’abbiamo fatto varie volte durante il “training”.
In questo momento non penso ai rischi, mi viene in mente che il nostro volo sarà rimandato di almeno 3-4 settimane - il tempo minimo per sostituire i tre motori dello Shuttle - e tutti gli amici ed i parenti venuti dall’Italia non avranno la possibilità di assistere al nuovo lancio.
Nei pochi secondi che ci separano dall’accensione dei due razzi a stato solido - allo scandire dello “zero” - aspettiamo l’interruzione del conto alla rovescia da parte del responsabile del lancio.
Invece, a sorpresa, i “boosters” si accendono, il “Columbia” vibra profondamente e comincia a muoversi lentamente verso l’alto.
Da terra ci hanno comunicato che l'indicazione sui loro computer è perfetta: tutti e tre i motori sono al 100% di potenza.
Mentre comincio a sentire l’accelerazione, scambio uno sguardo con Franklin, seduto accanto a me, forse ho capito male.
Ma arriva la conferma da terra: l’indicazione del sensore di bordo è errata, i dati di telemetria trasmessi al centro di controllo confermano che i tre motori sono OK!
Eccoci sparati nella stratosfera con l’accelerazione che aumenta fino a 2g , poi il distacco dei “boosters”, un evento che tutti aspettano col fiato sospeso dopo il disastro del “Challanger”.
Penso alla mia famiglia che starà scrutando il cielo: certamente c’è stata un’ovazione a questo punto.
E’ un momento di tranquillità nella corsa frenetica verso lo spazio. Per un brevissimo lasso di tempo si torna a pesare come sulla Terra: l’accelerazione è 1 g. Ma subito si riprende a tutta forza: 2g, 2.5, 3... La pressione sul torace comincia a farsi sentire, sopratutto per colpa della pesante tuta arancione, che dovrebbe proteggersi in situazioni di emergenza come quella che abbiamo sfiorato.
Ci siamo quasi, comincia il conto alla rovescia per lo spegnimento dei motori.
La transizione è netta: all’improvviso i motori tacciono, il senso di pesantezza sul petto sparisce e, di colpo, si avverte una inaspettata sensazione di leggerezza.
Sono ancora seduto perche’ le cinture del seggiolino mi trattengono, altrimenti starei galleggiando in aria.
Siamo nello spazio! Sono passati soltanto otto minuti e mezzo da quando eravamo sulla rampa di lancio e ci troviamo a girare attorna alla Terra alla fantastica velocita’ di 28000 km all’ora. Ma non è finita ancora.
Ci liberiamo delle cinture di sicurezza per provare l’ebrezza della mancanza di peso, ma dobbiamo continuare ad indossare le tute finchè non siamo in un orbita stabile.
Il comandante ed il pilota si preparano ad accendere i motori orbitali che ci porteranno su un’orbita circolare a 300 chilometri di altezza. Se per qualche ragione questa manovra fallisse dovremo rientrare sulla Terra in gran fretta.
Ma tutto va come previsto, adesso siamo davvero in orbita!
La prima esperienza con l’assenza di peso è un tantino sconcertante.
Mi è difficile capire dov'è l’alto ed il basso; ancora più difficile è mantenere il controllo del proprio corpo. Arrivo sempre più lontano di quello che vorrei, ormai non conto più le volte che sono finito contro le pareti della cabina tentando di controllare la mia corsa.
Comincio ad avvertire un senso di pesantezza alla testa, come quando si sta troppo tempo a testa in giù.
Per fortuna il “turno rosso” sta per smontare, sono molto stanco e non vedo l’ora di andare a letto.



Una Sottile Striscia Azzurra - Di Maurizio Cheli.

Sono trascorse ormai più di due ore dal momento in cui mi sono installato, con qualche fatica, nel mio seggiolino del cockpit della navetta tra Andy, il comandante, e Scott, il pilota.
Sono il primo non americano a ricoprire il ruolo di “flight engineer” (Mission Specialist 2) e sento un po’ il peso della responsabilità del compito.
Il “countdown” ha avuto un corso regolare.
Siamo usciti dalla seconda pausa di 10 minuti in perfetto orario e tra qualche istante, al T-5 min. (5 minuti prima del decollo), verranno accese le 3 APU (Auxiliary Power Units) che generano la potenza idraulica per il sistema di controllo vettoriale della spinta dei motori e per le superfici aerodinamiche.
In quel momento esatto l’apparente sonnolenza della navetta sembra svanire di colpo e tutta la struttura è percorsa dalle vibrazioni continue dei circuiti che si mettono in pressione, delle valvole che si aprono e si chiudono con perfetto sincronismo. Sembra quasi che la macchina con la quale costituiamo un tutt’uno voglia dirci “Ehi, ragazzi, ci siamo!”.
Io di certo non ho bisogno di sentirmelo dire due volte.
A T-2 minuti si chiudono le visiere del casco e ormai solo l’interfono ci unisce.
Siamo nell’ultimo minuto, a T-36 secondi diventiamo autonomi dal controllo di terra: sono pronto anche se cosciente che fino al vero e proprio lift-off tutto si può fermare in un istante, ma non ci voglio pensare.
Si “sentono” i motori effettuare il ciclo completo degli attuatori e a T-6 secondi, “main engine sequence start”: i tre indicatori dei giri prendono vita.
La sequenza delle operazioni non è nuova anche perché per i primo otto minuti di volo ho passato quasi 300 ore al simulatore di volo integrato, senza contare le giornate dedicate individualmente ad ogni singolo sistema, e mai che tutto funzionasse correttamente come ora!
A T-0, vedendo il launch pad che si muove, mi accorgo che le vibrazioni innescate dalla combustione dei due booster a propellente solido sono incredibilmente "fisiche” e accompagnate da un rombo sordo, cupo, che mi giunge attraverso il casco.
“Houston, Columbia, roll program”.
Tre paia di occhi sono incollati agli strumenti, alle indicazioni dei sistemi principali, all’indicatore dell’assetto e della traiettoria.
Mi dico “È fatta, sono un astronauta, nonostante tutti gli ostacoli che ho dovuto superare per arrivare fino a qui”.
Sembrava impossibile eppure ora per me questa è la realtà.
Con un occhio tengo sotto controllo i sistemi di mia competenza, con l’altro, utilizzando lo specchietto in dotazione, attraverso i finestrini superiori osservo la piattaforma di lancio, prima grande, ma via via più piccola, mentre la Florida prende sempre più forma nella sua interezza.
Sto osservando il mio lancio dal di dentro: quasi un effetto speciale e invece è un effetto reale.
L’accelerazione è continua ma non enorme come mi aspettavo, solo un po’ strana per chi è abituato a pilotare aerei a causa della sua diversa inclinazione.
A T+2 minuti i due grossi booster che ci hanno accompagnato fino a oltre tre volte la velocità del suono, si staccano e, all’improvviso, la sensazione è simile a quella del passeggero di una barca che esce da una violenta tempesta e che istantaneamente si ritrova in acque tranquille: ora capisco perché lo chiamano “electric ride”.
Le chiamate radio scandiscono i tempi della nostra corsa: "negative return", "2 engines Banjul", "single engine Ben", "press to MECO". Sono le nostre procedure nella eventualità di un malfunzionamento, ma non è il caso di oggi, tutto procede come previsto.
All’inizio la traiettoria è molto ripida, quasi verticale, per uscire velocemente dagli strati più densi dell’atmosfera.
Attorno ai 120.000 ft (quasi 40 km di altezza) il cielo diventa improvvisamente nero (ma non era blu?).
Dopo 5 minuti siamo a 360.000 ft di quota (120 km) viaggiando a oltre 10 volte la velocità del suono.
Assumiamo un assetto orizzontale e continuiamo ad accelerare mentre comincio ad intravedere, attraverso i finestrini anteriori, la curvatura della terra con la costa dell’Africa.
Il machmetro mi sembra impazzito, tanto i numeri scorrono veloci: abbiamo quasi 3 g di accelerazione longitudinale e la spinta dei motori principali viene ridotta per mantenere il carico strutturale entro i limiti previsti.
L’assetto viene costantemente corretto per avere la giusta componente verticale della velocità che ci porterà al nostro apogeo.
A T+8:28 dal lift off, di colpo tutto si calma.
Passo istantaneamente dall’essere schiacciato con violenza contro il sedile, alla sensazione di galleggiare. Sono in orbita, in tutti i sensi! (e con me, per la prima volta, un piccolo pezzo di Aeronautica Militare che viaggia ben custodito al piano di sotto).
La sensazione non è nuova: quante volte noi piloti abbiamo sperimentato l’assenza del peso manovrando i nostri aerei, solo che questa volta la sensazione non finisce dopo pochi secondi e continuo a galleggiare.
Vedo la Terra che mi scorre sotto, tutta blu (ma allora il libro “A pale blue dot” non mentiva!) e mi sembra bellissima circondata da quella piccola striscia di pochi centimetri di altezza che chiamiamo atmosfera e di cui ogni giorno abusiamo, senza renderci conto che è lì che siamo costretti a vivere.
Guardo dalla parte opposta, vedo il cielo nero, l’immensità dello spazio e mi chiedo: ma è credibile che siamo veramente soli nell’universo? Sarà mai possibile spiegare scientificamente il mistero della vita sulla Terra?
La fragilità di questa nostra Terra è evidente, se solo potessi mostrare questa immagine a chi, ancora oggi, resiste a cambiare il proprio modo di vita in un modello più rispettoso della natura!
Anche se sono passati alcuni anni, il ricordo di questi straordinari sedici giorni in orbita attorno al pianeta, caratterizzati da un’attivitá scientifica intensa e appassionante, è ancora vivido.
Per chi come me ha fatto del volo la propria professione, è un’esperienza talmente unica che la definirei “volare al quadrato”: volare attorno alla Terra e contemporaneamente volare con il proprio corpo all’interno della navetta.
Chi si sente pronto ad affrontare gli inevitabili sacrifici che la professione di astronauta impone, è ricompensato dalla grande soddisfazione di essere partecipe di un’esperienza che segna la vita.
Un giorno, all’inizio del lungo e complesso iter di selezione, di fronte al mio scoramento causato da difficoltà che allora mi sembravano insormontabili un mio amico astronauta mi disse ”Maurizio, osa sognare!”
L’ho preso in parola!
P.S. Ora Columbia non c’è più. Con lei se ne sono andati sette astronauti ai quali mi accomunava lo stesso sogno e l’identico desiderio di scoperta e di consapevolezza di rischiare la propria vita nell’impresa.


Tratto dal sito del dott. Umberto Guidoni e dal libro "I Piloti Raccontano" (2003) edito dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica.

Un Grazie al Ten. Samantha "Micionero" per la trascrizione.

2 commenti:

davide.crescini ha detto...

umberto guidoni è molto sorpreso dalle sensazioni del viaggio nello spazio, a differenza di maurizio cheli che non lo è affatto, sarà perchè già le conosce. concordo con lui nel dire che bisogna rispettare di piu la natura, e mi sento coinvolto quando guarda lo spazio e si sente cosi piccolo in confronto ad esso e ai suoi misteri. Mi dispiace cosi tanto per il columbia e i suoi 7 astronauti...

Anonimo ha detto...

La studidita' dell'uomo consiste
proprio in questo: costruire uno
space shuttle e non riuscire a
tenere pulito il pianeta, che
sarebbe almeno dieci volte piu'
facile